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Intervista a Fabricio Nascimento

Incontri Fabricio Nascimento e capisci che non basterà un’intervista per raccontare la sua storia, servirà piuttosto un libro. E chissà che prima o poi il fortissimo atleta brasiliano non si metta davvero a tavolino a scrivere la sua autobiografia.

Incontri Fabricio Nascimento e capisci che non basterà un’intervista per raccontare la sua storia, servirà piuttosto un libro. E chissà che prima o poi il fortissimo atleta brasiliano non si metta davvero a tavolino a scrivere la sua autobiografia. Troppi gli episodi, troppe le curiosità, troppe le vicende vissute per entrare tutto in un articolo e troppe per essere state compiute in soli quarant’anni di vita. Eppure è così. La storia di Fabricio magari somiglia a quella di tanti campioni dello sport soprattutto sudamericani, ma anche africani o dell’Italia meridionale. Una storia fatta di povertà, di fame, di affetti spezzati, di abbandoni e di solitudine che però ti forgiano, ti fanno crescere quella rabbia dentro che è necessaria per agguantare i grandi traguardi e conquistare il riscatto sociale. Eh sì perché adesso connettendosi ad internet e cliccando il nome di Fabricio si apre davvero un mondo. Un mondo stellato, d’orato, luccicante come solo quello dei grandi campioni dello sport riescono ad avere. Un mondo fatto di vittorie, di fama, di sponsor internazionali.

Fabricio è il Campione del Mondo di ‘Brasilian Jiu-Jitsu’ una disciplina molto simile alla lotta greco-romana, ma anche al judo, visto che si combatte con il kimono sia in piedi che a terra. Una disciplina che in pochi anni è diventata un cult tra gli appassionati di arti marziali, o meglio orientali, tanto che oggi sono milioni gli atleti di tutto il mondo che praticano questo sport anche per difesa personale e nel 2020 sarà dimostrativo alle Olimpiadi.

Un sogno per un pioniere come Fabricio Nascimento che da qualche anno vive in Italia dove si è trasferito per insegnare il ‘Brazilian Jiu-Jitsu’. La sua casa è a Faraone, a due passi da Ascoli Piceno, ma in provincia di Teramo, in un paesino sperduto tra Marche e Abruzzo.
Fabricio che ci fa un campione del mondo lontano dal lusso delle grandi città?
‘È stato l’amore a portarmi qui. Sono venuto da queste parti per fare uno stage di questa disciplina sportiva, ho conosciuto una ragazza e non sono più andato via. O meglio continuo a girare il mondo per promuovere il ‘Brazilian Jiu-Jitsu’, per gareggiare, per combattere, ma anche per allenare alcuni corpi militari che vogliono specializzarsi in questa disciplina molto completa nella difesa personale. Poi appena posso torno qui a farmi coccolare’.
Ma come è arrivato in Italia?
‘Fino a 22 anni ho vissuto in Brasile con mio nonno e mia nonna paterni. Mia madre se ne era andata quando ero molto piccolo e mio padre faceva il meccanico, riparava camion per cui stava sempre fuori casa. Mi sono subito appassionato a questa disciplina grazie ai miei due maestri: Robson Moura prima e Rodrigo Antonio Garcia, dopo. Ricordo ancora quando vidi la copertina della rivista Tatami con il Campione del mondo in fotografia. Dissi subito: ‘Un giorno ci sarò io su quella copertina. E questa determinazione, questa voglia di arrivare, mi fatto superare i mille problemi che ho avuto nella vita. In Italia, invece, sono arrivato nel 2000. Una mattina davanti casa mia, in Brasile, arrivò un taxi da cui scese una bellissima donna, elegante e sorridente. Mi venne incontro dicendo che era mia madre. All’inizio non le ho creduto perché pensavo che mia madre fosse morta e sono fuggito. Poi mi hanno confermato che era la mia mamma è così sono venuto con lei in Italia dove si era risposata e aveva una nuova famiglia’.
In Brasile non voleva più stare?
‘Con la morte dei miei nonni facevo fatica a tirare avanti. Vivevo in uno scantinato così basso che dovevo camminare curvo, quando pioveva si allagava tutto e uscivano topi e scarafaggi. Sono stati anni difficili. Per sopravvivere facevo l’imbianchino ma sono stato molte volte vicino a rovinarmi la vita perché quando hai fame ci metti poco a diventare un delinquente con rapine o con la droga. Il jiu-jitsu mi ha aiutato perché combattevo e dovevo mantenermi in forma e quando ho vinto il titolo brasiliano ho capito che ce la potevo fare, ma è stata poi mia madre a cambiarmi la vita. 
In Italia ha così portato questa disciplina sportiva nuova?
‘Si perché qui si usava una lotta a terra senza kimono e così ho iniziato a costruire una squadra di ragazzi che si erano appassionati e che oggi dopo anni sono tutti cintura nera e insegnano nelle palestre di tutta Italia. Quando sono arrivato e ho fatto un po’ di dimostrazioni subito mi hanno chiesto di fare un combattimento e da lì è iniziata la scalata al titolo mondiale. Pochi credevano in me. Non sono un super-atleta, ma sono un grintoso, uno che non molla niente, ma molti vedevano in questo solo una opportunità per fare soldi. Io invece volevo vincere, ma anche promuovere questo sport fantastico, e soprattutto volevo vivere di sport. Cosa impensabile per uno che fa Brazilian Jiu-Jitsu’.
Campione del mondo nelle categorie MMA e BJJ due cinture ‘pesanti’: come ha fatto?
‘Ero arrivato alla fine del tabellone ad eliminazione e stavo per combattere la  finale mondiale contro lo spagnolo Javier Garcia. Inutile dire che avevo l’adrenalina a mille ma la grande responsabilità ce l’aveva lui che era il grande favorito, io ero l’outsider. Nessuno si aspettava che potessi vincere. Mi sono preparato meglio che potevo e i miei allievi mi hanno aiutato tanto, anche se erano cintura bianca e sono stati importanti. Ho vinto, ma nessuno era convinto che fossi veramente forte e così dopo 4 mesi mi hanno chiamato subito a difendere il titolo a Londra per combattere contro Paul Genks un gallese soprannominato ‘mano di pietra’. Dovevo perdere peso. Avevo un chilo in più e mi diedero solo un’ora per perdere un chilo. Tutti i giornalisti erano lì a guardarmi, non credevano che questo atleta brasiliano potesse farcela e invece dopo un’ora ero in perfetto peso forma: un chilo e cento in meno. Pensai subito a mia nonna, Donna Nair e a mio nonno Democracino e a tutti i consigli che mi davano da bambino. Scesi sul tatami per combattere. Il gallese era un osso duro era forte in piedi, io sono più bravo a terra. Il mio amico Marco Nobre che è un po’ il mio portafortuna a bordo ring mi diceva di stare calmo ma ero molto nervoso non sapevo come atterrarlo. Alla fine con una mossa rapida l’ho sollevato e schienato. E ho vinto. È stata una gioia immensa’.
La gioia più grande però è arrivata subito dopo?
‘È vero. Mi chiamarono a difendere il titolo mondiale il 14 novembre del 2004 in Repubblica Ceca con un ceco. Avevo due cinture da difendere. Vivevo a Desenzano (BR), lavoravo poi di sera mi allenavo per questi grandi eventi. Mi dicevano che ero un matto, ma ho fatto un mese di preparazione dormendo pochissimo. Il giorno della sfida c’erano tanti giornalisti tra cui il direttore della rivista Tatami. Io ero preparato e concentrato sapevo cosa mi aspettava. Sono entrato sul ring con la bandiera brasiliana e quella italiana sulle spalle, insieme, in un palazzetto da 20.000 persone. Ho fatto tutto con una rapidità sorprendente, ho vinto in 28 secondi che è ancora il record del mondo di rapidità di un match e la foto del successo è finita sulla copertina della rivista Tatami come avevo sognato da bambino. Sotto la foto il titolo: Esplosione d’Europa. Con quattro pagine all’interno dove mi hanno definito il nuovo Re che arriva dall’Italia ed è stata la gioia più grande.
Finalmente oltre alla gloria sono arrivati anche i soldi?
‘Sì, finalmente.  Dopo quella vittoria abbiamo comprato una casa insieme, ho creato una squadra, ho messo alcuni allievi prima a Brescia poi a Desenzano dove ora c’è una delle migliori scuole di Brazilian Jiujitsu. In Italia sono il secondo maestro perché il Rogerio Olegario che è arrivato dopo di me in Italia e ora vive a Roma, è un quinto DAN. Ho iniziato ad impiantare filiali grazie ai miei allievi che nel frattempo avevano preso le prime cinture e in ogni paese abbiamo creato delle piccole squadre. Ora ci sono 35 palestre in tutto il mondo, nate da questa mia idea. Un sistema che ha riscosso successo per una disciplina che non è ancora riconosciuta come Federazione perché questo non è sport olimpico, ma io sicuramente sono stato il pioniere in Italia di questo sport che adesso in Italia ha 120 cinture nere. L’Unione Italiana Jiu-jitsu UIJJ comprende ora altre discipline che sono migrate in questo sport: dal Mai Tai al Kick Boxing. È uno sport che fa bene, è salutare ed è utile anche come difesa personale. Sono stato sette volte campione mondiale di MMA e sto mettendo la mia esperienza a disposizione sia per combattere che per allenarsi’.
È vero che è uno sport che piace anche alle donne?
‘Verissimo perché è una lotta soave, dove ci si ispira ai campioni, ma una volta che provi poi ti piace e non lo lasci più perché è salutare e spettacolare.
È stato creato per i più deboli perché in Brasile, in maniera particolare c’è tanto bullismo e così Carlos Gracie ha inventato il Brazilian Jiujitsu dove ci vuole tanta tecnica e poca forza e come lotta corporale è la migliore al mondo per la difesa personale. Per questo tante donne si avvicinano ma anche le forze armate speciali. In questo senso sono stato in Colombia, in Romania, ho insegnato ai Marines del base NATO di Vicenza. Adesso stiamo lavorando ad Abu Dhabi dove il Brazilian Jiu-Jitsu è stato inserito nelle scuole come materia obbligatoria. Una disciplina che si è estesa tanto nel mondo partendo dal Brasile è arrivata in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone e in Australia e Europa. In Italia grazie al presidente Dario Bacci e alla UIJJ è migliorata anche l’organizzazione che da credibilità alla disciplina e questa organizzazione ci permette anche di consolidare la parte societaria e di affiliazione. E i giapponesi ci guardano con curiosità perché non siamo come gli orientali, ma c’è anche qui una parte di meditazione, di yoga che rende tutto veramente affascinante. La disciplina insegna come suo fondamento che una persona più piccola e debole può difendersi con successo da un aggressore più grande e più forte, portando lo scontro a terra dove utilizza tecniche come leve, chiavi articolari e strangolamenti’.
Adesso vive a Faraone: una vita nuova?
‘La vita qui in Italia non è stata subito facile perché lo jiu-jitsu non è il calcio e guadagnavo 300 euro al mese di cui 200 per l’affitto e 100 euro per mangiare. Sono venuto a fare uno stage a Sant’Egidio alla Vibrata. Ho conosciuto Manuela e da lì ho iniziato a frequentarla: era il 2004. Io volevo lavorare con lo sport. Nessuno ci credeva, lei mi ha aiutato tantissimo anche se non lavorava, abbiamo fatto tanti sacrifici e ci dividevamo un po’ le spese. Adesso sono dodici anni che stiamo insieme e sono felicissimo perché vivo con lo sport ed è un sogno che si è realizzato’.
È così è nata anche la collaborazione con questa nuova linea moda?
‘Ho conosciuto Andrea Di Luigi in un bar a Sant’Egidio. Sapevo che produceva articoli di abbigliamento e gli ho chiesto se poteva farmi delle maglie per i ragazzi delle mie palestre. Ne ho vendute duecento in un mese allora ho capito che era un mercato che si poteva potenziare. Con Savino Sofia abbiamo lavorato su questo marchio Xtrentanove che Andrea aveva già creato ma che non aveva tempo di commercializzare. Da questa unione è partito un progetto nuovo, un segno di riconoscimento del Brazilian Jiu-Jitsu. Un marchio che piace tanto anche agli appassionati di motocross e ai freestyler. Una linea moda giovane fatta di felpe, pantaloni larghi e T-shirt, che sta riscuotendo un discreto successo. Tu però vesti troppo classico. Ti regalerò una felpa Xtrentanove. E poi devi dimagrire. Ti aspetto in palestra’.
Grazie
Valerio Rosa


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